IL BORGO MURATTIANO DI BARI

La modifica dei legami amministrativi tra centro e periferia del Regno rappresentò, indubbiamente, uno dei risultati più rilevanti messi a segno dall’azione riformatrice attuata dai napoleonidi nel decennio: la vecchia impalcatura dello Stato borbonico, che aveva portato all’irriducibile contrapposizione di una capitale magnifica e potente ad un’immensa campagna ad essa completamente sottoposta, venne allora, in sostanza, del tutto soppiantata da una moderna e più consona struttura organizzativa che, decentrando funzioni e poteri nei capoluoghi provinciali, concretò per questi ultimi una straordinaria ed affatto inattesa opportunità di sviluppo.

Indicativo di questa realtà è il caso di Bari, città che, in misura senz’altro maggiore rispetto ad ogni altra nel Mezzogiorno, letteralmente «risorse» da un’atavica ed oltremodo gravosa condizione di degrado ed inadeguatezza grazie all’imponente opera di riabilitazione delle zone marginali del Paese posta in essere dai sovrani d’oltralpe. Fu, infatti, proprio con la dominazione francese, specialmente con l’avvento di Murat, che vennero a crearsi i materiali presupposti perché, nella compagine sociale e, finalmente, urbana del capoluogo pugliese, si attuasse quell’indispensabile rinnovamento che sordamente covava da oltre un cinquantennio, da quando, cioè, regnante Carlo di Borbone, l’intraprendenza e la spregiudicatezza della nascente borghesia avevano primariamente reso possibile un risveglio dell’economia cittadina dallo stato di torpore che la frenava e, per questo, una rilevante crescita delle attività produttive e commerciali [81]. A ciò si era, evidentemente, accompagnato un abnorme incremento demografico, sull’onda del quale Bari era arrivata, nel giro di qualche anno, a sfiorare e, quindi, a superare abbondantemente i 18.000 abitanti [82], senza che, d’altra parte, si fosse verificato un adeguato sviluppo urbano capace di far fronte ad una domanda residenziale in continuo aumento e ad una contemporanea richiesta di spazi sempre più ampi per lo svolgimento delle numerose ed intense pratiche mercantili.

Come si presentasse l’abitato alle soglie del XIX secolo è sufficientemente prospettato dall’esame di una «carta scenografica» del tempo [83]: l’immagine mostra, con chiarezza, un denso agglomerato chiuso su tre lati dal mare ed ancora delimitato sul quarto, a mezzogiorno, dal tracciato delle vecchie mura cittadine che, nel separarlo nettamente dal vasto contado circostante, realizzavano per esso un’imprescindibile difesa contro i pericoli esterni, tutt’altro che rari.

Nello stretto ambito urbano, le strade, anguste e contorte, erano spesso ingombre di baracche e capanni provvisori, di travi a sostegno dei molti edifici pericolanti e di ogni sorta di rifiuti, mentre la mancanza di un idoneo apparato fognario ed un sistema di rifornimento idrico del tutto precario causavano frequenti allagamenti, rendendo a dir poco miserevoli e disagiate le condizioni di vita della popolazione [84]. Insomma, la Bari settecentesca, fremente e smaniosa di dar seguito alle proprie consistenti potenzialità commerciali e produttive, era, di fatto, fisicamente compressa entro uno spazio soffocante, a stento bastevole a contenerla e suscettibile di eventuale espansione solo verso sud, essendo da quella parte assente l’invalicabile barriera costituita dal mare. Dalla piena consapevolezza dell’insostenibilità di una simile situazione, pregiudizievole per quello stesso sviluppo economico che con ogni mezzo si cercava di consolidare, sin dalla fine del Settecento era, dunque, maturata la proposta di un superamento delle antiche mura, con la costruzione di un nuovo «borgo» che venisse incontro ai bisogni dell’accresciuta popolazione e contestualmente, decongestionando le zone centrali e riscattandole alla loro intrinseca funzione di supporto ai traffici marittimi, consentisse di indirizzare la città alla conquista di un indiscusso primato nel territorio pugliese.

Il          documento con il quale ebbe ufficialmente inizio la vicenda del «borgo» fu l’istanza avanzata, nel 1789, a Ferdinando IV dai sindaci Signorile e Tanzi che, in rappresentanza rispettivamente del popolo primario e della nobiltà barese, chiedevano che si intraprendesse un’espansione residenziale subalterna all’impianto urbano originario [85].

Accordata dal sovrano l’autorizzazione a procedere, si accese tra i due amministratori comunali un’animata polemica in merito alla precisa determinazione del luogo più adatto ad ospitare il nuovo insediamento, nonché alla scelta di coloro che avrebbero dovuto curarne l’assestamento e la progettazione: la controversia, che altro non era se non la visibile espressione dei latenti contrasti tra le due parti più autorevoli della cittadinanza, si risolse, alla fine, con la decisione che a tracciare le linee guida dell’ampliamento cittadino sarebbero stati l’ingegnere camerale Francesco Viti e l’ingegnere Giovanni Palenzia [86]. Questi giudicarono come la più appropriata, una vasta area a meridione del nucleo antico, di fronte alle mura ed al fossato, intermedia fra le due porte del Castello e della Marina, motivando tale scelta all’interno di una dettagliata relazione, datata 30 giugno 1790, in accompagnamento al grafico illustrativo dell’impianto progettato. Nel rapporto, i due autori indicavano le prioritarie ragioni della soluzione suggerita nella salubrità del terreno e dell’aria offerta dalla zona individuata, oltre che nella possibilità di trovare, per la nuova rete stradale a sostegno del «borgo», un’immediata corrispondenza, da un lato, con le principali vie della città antica, dall’altro, con le più Importanti arterie di collegamento territoriale [87]. La proposta, approvata nel successivo mese di dicembre, non peccava di coerenza ed avvedutezza, contemplando una maglia di strade ortogonali e parallele della della larghezza di 30 palmi ciascuna, definite da isolati di uguali dimensioni entro i quali era fatto divieto di costruire cantine, magazzini e posture di olio.

Nondimeno, malgrado i favorevoli auspici dello stesso sovrano, il programma era destinato ad essere presto vanificato dall’opposizione, o forse dall’eccessiva prudenza, della nobiltà proprietaria dei suoli da esso interessati, riluttante, data la sfavorevole congiuntura politica ed economica del momento, a vendere, piuttosto che ad edificare su terreni extraurbani.

Trascorsero, così, nell’inerzia quasi assoluta, diversi anni, durante i quali null’altro si fece per il «borgo» di là dai periodici rinnovi delle concessioni a costruire, continuando a frapporsi alla compiuta attuazione di quel progetto una serie di impedimenti di varia natura, ai quali, in seguito all’istituzione delle Intendenze provinciali ad opera di Giuseppe Bonaparte, si aggiunse anche l’aspra contesa sorta tra la città di Bari e la vicina Trani su quale fosse la più idonea all’assegnazione della prestigiosa attribuzione di capoluogo.

Fu, dunque, soltanto con l’ascesa al trono partenopeo di Gioacchino Murat che la gran parte degli ostacoli, e segnatamente la viva contrapposizione tra i due centri pugliesi, potè essere, una buona volta, superata. Invero, il decreto del 7 novembre 1808 [88], promulgato per diretto interessamento del nuovo regnante, nel dirimere in maniera definitiva quell’ambigua faccenda, conferiva a Bari l’ambito privilegio di capoluogo della Terra omonima [89], annunciando ad essa l’inizio di un nuovo corso storico ed avviandola verso quel processo di parziale autonomia che avrebbe certamente consentito, tra gli altri effetti, l’ormai indifferibile ampliamento cittadino.

Nel concreto, da un lato, la dislocazione sul territorio barese di importanti istituzioni periferiche, quali l’Intendenza e la Società Economica, sarebbe valsa a svincolare l’iniziativa del «borgo nuovo» da qualsiasi necessità di preventiva autorizzazione da parte del potere centrale; dall’altro, l’accresciuta stabilità politica acquisita dall’intero Regno, annullando le necessità militari che avevano fino allora giustificato il limite fisico delle mura, avrebbe reso più che mai fattibile la demolizione delle stesse. Queste le favorevoli condizioni che spinsero l’intendente Luca di Canzano, il 9 settembre 1812, ad affidare all’architetto Giuseppe Gimma [90] l’incarico per il ridisegno del vagheggiato accrescimento urbano, compito che questi portò a termine entro pochi giorni, se è vero che il 14 dello stesso mese il decurionato cittadino, con un’apposita risoluzione, poteva già accordare il proprio assenso al progetto.

L’elaborato fu, quindi, sottoposto all’esame del re e definitivamente approvato in data 25 aprile 1813 [91]: in quello stesso giorno, Murat poneva la prima pietra del «borgo» nelle immediate vicinanze della porta Marina, battezzando l’uno e l’altra, enfaticamente, col nome «Gioacchino».

In realtà, il disegno formato dal Gimma, andato purtroppo perduto, recuperava, come prova chiaramente l’esame dell’assetto urbano poi realizzato ed ancor oggi perfettamente distinguibile, i principali contenuti della proposta settecentesca delineata da Viti e Palenzia, ancorché individuando un ben più esteso ambito d’intervento. Pertanto, mancando un precipuo riscontro grafico di quella che fu l’idea eseguita, proprio alla già citata relazione dei due ingegneri sarà utile rifarsi per comprendere quali fossero le strategie abbracciate nell’elaborazione del piano. Tre le alternative prese originariamente in considerazione per la possibile espansione del capoluogo pugliese, differenti tra loro nell’aspetto determinante dei modi del raccordo tra il nuovo insediamento ed il nucleo della città vecchia.

In un primo momento la scelta più opportuna era parsa quella di programmare l’ampliamento lungo la strada regia per Napoli, che s’innestava nel centro antico attraverso porta Castello.

Col senno di poi, sembra di poter giudicare questa soluzione come la più interessante, poiché in essa veniva intenzionalmente approfondita quell’opportunità di creare una continuità, o meglio una premessa di integrazione, tra le due zone cittadine, destinata a perdersi nelle successive proposte.

Scartata quest’indicazione, per la dichiarata volontà di salvaguardare l’agibilità del castello, fu suggerita quella di edificare il «borgo» in asse con la Porta a Mare. Anche per questa alternativa, in verità, si riproponeva l’ipotesi di uno sviluppo incentrato su di un preesistente asse viario d’accesso alla zona antica, sebbene quest’ultimo rivestisse, evidentemente, un significato ed un rilievo ben più modesti rispetto a quelli che distinguevano l’ingresso alla città dalla capitale.

Alla fine gli ingegneri accordarono, invece, la propria preferenza ad un’area abbastanza estesa compresa tra le due porte suddette, anteponendo a possibilità di espansione articolate sulla ricerca di un rapporto tra vecchio e nuovo, la semplice soluzione di una crescita additiva: da questa scelta iniziale l’evoluzione del tessuto urbano barese sarebbe rimasta definitivamente influenzata e ciascuno degli elementi fondanti il successivo sviluppo edilizio, peraltro tipici delle consuete strategie di ampliamento cittadino, sarebbe stato da essa ridotto alla dimensione di un singolo tassello, l’isolato, da inserirsi indifferentemente all’interno di un impianto essenzialmente omogeneo. Al costipamento edilizio della Bari antica veniva, in sostanza, contrapposto uno schema diradato e rigoroso, basato sulla ripetizione, virtualmente senza limiti, di edifici e strade disposti geometricamente secondo i principi della più evoluta tecnica urbanistica.

Ci vollero, però, ben venticinque anni, prima che Gioacchino, come detto, rendesse realmente possibile l’effettuazione di quel disegno approvato già sotto i Borbone, né si può dire che ciò avvenne speditamente e senza difficoltà. Anzi, nel decennio, il progetto continuò a costituire terreno di scontro tra le varie fazioni cittadine, quantunque le discussioni vertessero, questa volta, sui mezzi e i modi più adatti ad eseguirlo, anziché sulla scelta del sito in cui dare ad esso realizzazione.

In effetti, tra il programma di ampliamento settecentesco ed il suo tardivo compimento, una circostanza fondamentale aveva cambiato i termini del problema: ci si riferisce, beninteso, al decreto murattiano del 1813, col quale si erano stabiliti l’esproprio e la cessione in enfiteusi dei terreni suburbani a tutti coloro che avessero inteso costruire nell’aumentato perimetro municipale. In tal modo, il piano, esibendosi quale meccanismo di crescita illimitata per parti edilizie prestabilite e controllate, anticipava i caratteri della città borghese capitalista, ponendosi l’atto espropriativo come unico garante dello sviluppo di un tessuto compatto ed uniforme, a scapito degli aspetti propriamente architettonici.

I lavori del «borgo», inaugurati nel febbraio del 1815 con il rilascio della prima concessione di suolo a Nicola Pierno [92], ebbero, tuttavia, inizio solo nel giugno successivo, dopo che Ferdinando IV, favorito da alterne vicende, potè far ritorno a Napoli, e proseguirono speditamente negli anni a venire, affiancandosi all’iniziativa privata il frequente intervento del comune con l’edificazione di importanti opere pubbliche [93].

Della grandiosa impresa ebbe, così, gloria il ristabilito regnante, perdendosi, invece, il nome di colui che, per primo, ne aveva energicamente sostenuto l’attuazione, ed oggi, nella Bari moderna, resta soltanto una lapide a celebrare la munificenza del suo reale, prestigioso fondatore.

 

 

 

 

 

 

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