Decennio Francese e Restaurazione Borbonica nel primo ‘800
Sotto l’influsso delle idee rivoluzionarie d’oltralpe, il sec. XVIII si era chiuso con un generale desiderio di cambiamento delle condizioni di vita e dello stato sociale. L’insofferenza e la spinta rivoluzionaria dei ceti poveri e contadini più che da motivazioni politiche o ideologiche erano provocate soprattutto dal bisogno di uscire da quella situazione umiliante e disumana, in cui per secoli erano stati costretti a soggiacere.
Indubbiamente a questo si andavano ad aggiungere le esigenze della nuova borghesia ( i “galantuomini”), che mirava al governo diretto della cosa pubblica. In questo clima le idee repubblicane trovarono, pertanto, terreno fertile, per cui nel giro di qualche mese i focolai della rivolta si moltiplicarono a macchia d’olio. In ogni dove, ai primi del 1799, le masse popolari e le classi emergenti proclamarono il governo repubblicano ed eressero nelle piazze gli alberi della libertà come segno dell’avvenuto riscatto sociale e del mutamento di regime. Campana fu tra i primi paesi della Calabria Citra ad erigere l’albero della libertà, sull’esempio di Cosenza e dei centri più grossi della Provincia. A farsene promotore era stato Francesco Caruso, noto nell’ambiente giacobino napoletano, che non si era risparmiato nel diffondere le idee repubblicane ed antiborboniche. Anzi, organizzata una squadra di patrioti campanesi, nel marzo 1799 era accorso al comando di Carlo Giordano e Giovanni Labonia per difendere senza esito Celico dall’attacco delle truppe sanfediste del card. Fabrizio Ruffo. Il Cardinale, nominato Commissario e Vicario Generale del Re Ferdinando IV e partito da Palermo il 27 gennaio 1799, con l’esercito dei “realisti”, o sanfedisti, aveva iniziato la trionfale riconquista del Regno al Borbone, favorito anche dalla delusione amara dei ceti popolari, che si erano sentiti traditi dai nuovi governi repubblicani, per nulla interessati ai loro problemi esistenziali. In pochi mesi il Ruffo conquistò ad una ad una tutte le province del Regno, ripristinando il governo borbonico. Non mancarono atti di violenza e autentiche stragi, oltre misura rispetto alla gravità della situazione. Così a Bocchigliero il 23 marzo 1799, sabato santo, una ciurma di sanfedisti, per lo più fattori e guardiani assoldati dalla principessa di Campana, Giovanna Ruffo-Sambiase, fece fuoco sui fedeli che uscivano dalla chiesa matrice, dopo aver partecipato alle sacre funzioni, provocando 3 morti, numerosi feriti e diversi sequestri. Per Campana in questa fase non si hanno notizie di uccisioni, fatta eccezione di Francesco Maccarrone, di anni 36, marito di Stella Greco, ucciso il 14 gennaio 1800 “in publico loco”, con una freccia (“saggitta”). La situazione dell’ordine pubblico, comunque, durante e dopo la restaurazione divenne sempre più grave ed incontrollabile a causa di fuorilegge e briganti che, avendo appoggiato la causa sanfedista, facevano da padroni del campo tanto che ogni paese conobbe il privilegio di avere una propria comitiva di briganti con la conseguenza che le vendette private, i ricatti e le rapine erano all’ordine del giorno. Del rischio si era reso già conto lo stesso Card. Ruffo, che da Crotone, il 27 marzo 1799, emanava un Proclama , con cui condannava il comportamento biasimevole di quella parte di truppe che si andava macchiando di abusi e “soverchierie”. Così si legge nel Proclama :
“… Essendo noi stati informati con veridici ed indubitati riscontri che le divisioni della nostra truppa, le quali lontane dalla nostra presenza o ci precedono o ci seguono o sono da Noi spedite per qualche Commissione, nell’entrare per trattenimento o per passaggio nei Paesi, tengono una condotta che disonora la Croce, di cui seguono la Santa Insegna, che si oppone alle rette e sempre clementi intenzioni della Maestà del Re N. S. che contravviene ai nostri rigorosi ordini commettendo soverchierie, violenze ed oppressioni e spogli, vogliamo omninamente riparare ad un tale biasimevole inconveniente affinchè in avvenire la nostra Truppa adempi ai doveri di Cristiano, di buon militare e di suddito, nè le popolazioni, specie quelle fedeli al Sovrano abbiano da querelarsi dei danni che vengono loro inferti. … Qualunque soldato commetterà in tali luoghi di passaggio o permanenza furti o rapine anche della minima cosa sarà subito preso per essere giudicato dal Consiglio di Guerra, secondo le ordinanze militari senza riguardo alla qualità della cosa rubata o rapinata…”.
Mangrado i provvedimenti repressivi, la situazione non migliorò nemmeno dopo il ritorno del governo borbonico anche perchè molti dei fuorilegge restarono nell’esercito o godevano di immunità per aver partecipato al moto sanfedista. Ne conseguì che mancando un’adeguata forza militare era difficile per non dire impossibile frenare abusi e porre un argine alla dilagante criminalità brigantesca. In tal modo le condizioni di vita della popolazione erano sempre più precarie ed incerte. Si richiedeva un ordine pubblico più garantito ed un esercito meglio preparato e disciplinato anche perchè restava incombente il pericolo di un ritorno delle truppe napoleoniche, che avevano ormai invaso tutta l’Europa. Conscio del rischio, finalmente Ferdinando IV corse ai ripari disponendo con regio decreto del 4 dicembre 1805 il reclutamento di uomini da preparare all’uso delle armi. A causa delle molte diserzioni delle reclute di leva, l’11 gennaio 1806 l’obbligo di reclutamento venne generalizzato a tutte le masse. Per la provincia di Cosenza vennero deputati l’interino preside De Riseis-Simone, i tenenti colonnelli Vincenzo Campagna, Agostino Fascetti e Raffaele Falsetti, il maggiore Nicola Gualtieri, detto “Pane di Grano”, ed il Can. Antonio d’Epiro. L’esito nemmeno così risultò positivo perchè la resistenza della gente fu pressocchè generale. Molti paesi, tra cui Campana, Bocchigliero, Carolei, Domanico, Mendicino e Cerisano non risposero all’appello e non fecero partire le reclute. Ci volle l’intervento diretto e pressante di Fascetti e Falsetti per convincere ad inviarle sollecitamente a Napoli. Ma lo sforzo non sortì l’effetto desiderato perchè si trattò in ogni caso di gente inesperta e raccoglieticcia non in grado di impensierire e di contrastare l’onda d’urto dell’irresistibile esercito napoleonico, ormai alle porte di Napoli.

1. Ritorno dei francesi e primo brigantaggio
Ai primi del 1806 le vicende politiche e militari si susseguirono travolgenti nel Regno di Napoli. L’arrivo in città del generale napoleonico Massena e la fuga di Re Ferdinando a Palermo il 23 gennaio misero di fatto il Regno nelle mani dei francesi. L’esercito borbonico nella prima decade di marzo tentò a Campotenese un estremo sforzo per fermare i francesi, ma la disfatta fu totale, per cui anche la Calabria si spalancò alla penetrazione straniera. C’è da dire, comunque, che la regione si rivelò un osso più duro del previsto e quella che sembrava una conquista facile riservò all’esercito francese, abituato ai grandi trionfi in Europa, il primo umiliante smacco. A Maida, infatti, ai primi di luglio registrò la prima sconfitta proprio ad opera dei “cafoni” calabresi. Ma la marcia conquistatrice riprese subito, anche se i contrasti continuarono dovunque, soprattutto per la forte resistenza organizzata dalle numerose bande di briganti, prima fra tutte quella di Coremme (Antonio Santoro, di Longobucco), che scorazzava particolarmente nel distretto di Rossano. Alla notizia della sconfitta dei francesi a Maida occupa il Municipio di Longobucco issandovi la bandiera borbonica; quindi con 200 seguaci il 12 luglio occupa e saccheggia Bocchigliero trucidando tre dei quattro fratelli Parisio. Continua le scorribande assaltando prima Cariati e poi muovendo verso Rossano e Castrovillari. Affrontato dal Gen. Verdier, viene catturato e rinchiuso nel carcere di S. Sofia d’Epiro. Evaso, con la banda attacca ed incendia il paese trucidando diversi cittadini, tra cui il vescovo Francesco Bugliari. Nuovamente attaccato da Verdier, si ritira a Longobucco dove i francesi attuano una feroce rappresaglia, senza riuscire a prendere Coremme, che fece in tempo a salvarsi con la fuga. Calmate le acque, riprende l’attività rioccupando Cariati per farne il suo quartiere generale. Contemporaneamente anche Terravecchia venne occupata da Francatrippa (Giacomo Pisano), mentre Campana, Bocchigliero e Scala Coeli vennero conquistate dalle truppe francesi. In questo periodo non mancarono a Campana le vittime dei briganti di Coremme. Il 15 ottobre 1806 a Cariati viene ucciso D. Lorenzo Ausilio, mentre il notaio Giuseppe Cundari, sequestrato dai briganti, riesce miracolosamente a salvarsi. Il 5 giugno 1807 viene ucciso Saverio Papparella, che, come era uso in casi del genere, venne seppellito fuori della chiesa, lasciando la moglie Teresa Maiorano con 4 figli. Altri morti ammazzati furono Natale Vulcano, che perse la vita nel corso di un saccheggio, lasciando la moglie Caterina Serrone con 2 figli; Saverio Scavello, che lasciò la moglie Caterina Bonanno con 2 figli. Le scorribande brigantesche non si placarono, per cui il Gen. Verdier nel giugno 1806 inviò l’Uff. Parrin con un centinaio di uonimi per ristabilire l’ordine soprattutto a Savelli e paesi vicini, che per paura dei briganti continuavano a sostenere i briganti. Nel novembre successivo il colonnello Pasquale Serafini di Campana ricevette l’incarico di convergere con le Guardie civiche della zona su Savelli, dove nel frattempo erano accorsi i capobriganti Francatrippa di Pedace, Parafante di Scigliano, Colonna di S. Giovanni in Fiore. Dopo una prima prevalenza delle Guardie, i briganti ebbero il sopravvento catturando e fucilando 8 uomini. La lotta al brigantaggio si fa sempre più serrata. Nel febbraio 1807 il generale francese Peyri con le sue truppe occupa Cariati per poi dirigersi verso l’interno e riprendere i fautori della rivolta anti-francese. Crucoli, Campana, Bocchigliero, Mandatoriccio, Calopezzati, Cropalati, Paludi e Longobucco vengono conquistati sotto la bandiera francese, che venne issata sulle torri civiche. Dal rapporto dell’Intendente di Calabria Citra del 26 agosto 1807 si rileva che l’opera di recupero dei paesi infestati dai briganti venne condotta dai francesi con grande virulenza anche con l’aiuto di collaboratori locali assoldati. Il 6 agosto era stato ripreso il controllo di Mandatoriccio; Pietrapaola aveva offerto il suo aiuto; Cropalati attaccata da quasi 200 briganti era riuscita a difendersi e a disperderli uccidendone 4; Longobucco, duramente colpita dall’esercito francese, aveva fucilato 3 sobillatori del popolo; la Guardia civica di Campana, collaborando con i transalpini, uccise in quei giorni 6 briganti, che in banda scorazzavano su per la montagna. Il perdurare di una situazione ormai insostenibile convinse il Gen. Manhes ad usare la mano pesante. In applicazione della legge 1° agosto 1809 contro il brigantaggio cosiddetto “politico” di questi anni, fece compilare la lista pressocchè completa dei fuorilegge ancora in opera. Inoltre promettendo indulgenza a chi avesse deposto le armi, o avesse favorito la cattura di briganti, condusse contro i renitenti e i manutengoli una lotta ostinata e spietata. Tra l’altro introdusse il “Libretto del pane”, grazie al quale i briganti vennero ridotti alla fame. Colpiti da forti taglie, ad uno ad uno i capi-briganti furono catturati e uccisi. Diversi fuoriusciti, messi alle strette, consegnarono le armi e si presentarono volontariamente al Capo del Distretto di Rossano, il colonnello Ferdinando Sambiase, ex principe di Campana, subentrato nel 1810 al tenente colonnello Giulianetti. Nella lotta non furono risparmiate nemmeno le donne dei briganti ( le “drude”). I drastici provvedimenti del Gen. Manhes valsero ad estirpare questo primo brigantaggio e meritarono al protagonista il titolo nobiliare di Conte, concessogli da Gioacchino Murat.

2. Capoluogo di Circondario
A parte i problemi di ordine pubblico, che pure vennero in qualche modo risolti, il decennio di governo francese (1806-1815) rappresentò per il Regno di Napoli e per la Calabria un’epoca di grandi riforme politiche e amministrative. A parte che per le Leggi eversive della feudalità , emanate dal Re Giuseppe Bonaparte il 2 agosto 1806, per sancire la fine di ogni diritto feudale e dei cui effetti a Campana abbiamo avuto già modo di parlare, la riforma napoleonica è da ricordare per il riordino delle circoscrizioni amministrative, che servì a dare un nuovo assetto politico a tutto il territorio. Già un primo tocco di riordino territoriale si era avuto il 9 febbraio 1799 ad opera del Gen. Championnet, che aveva diviso il Dipartimento del Crati in 10 Cantoni (Cosenza, Corigliano, Cirò, Acri, Castrovillari, Tarsi, Castel Sarracino, Lauria, Belvedere e Belmonte). Campana entrò a far parte del Cantone di Cirò insieme ai comuni di Cirò, Melissa, S. Nicola, Strongoli, Casabuono, Cinga, Verzino, Umbrischio, Rocchigliano, Fragnito, Longobasso, Cropalati, S. Angelo, Serra delle Alimena, Caloviti, Pietrapaola, Calopizzati, S. Maurello, Cariati, Terra Vecchia e Crucoli. In realtà mancò il tempo per rendere esecutiva la ridefinizione del territorio in quanto la repubblica Partenopea cadde subito dopo ad opera del Card. Ruffo. La vera riforma venne avviata con i decreti dell’8 agosto e 8 dicembre 1806, con cui venne definita la divisione del Regno di Napoli in province, distretti e capoluoghi (o governi). La Calabria mantenne le due province Citeriore e Ulteriore, ciascuna delle quali divisa in 4 Distretti, presieduti da un Sotto Intendente, di 9 Circondari ciascuno. Campana, con legge applicativa del 4 marzo 1807, venne assegnata al Distretto di Rossano nel Circondario di Umbriatico. A reggere il Distretto il 22 agosto 1806 venne nominato Il Sotto Intendente Francesco Saverio Scarpelli, il quale, però, non arrivò mai a destinazione perchè durante il viaggio di trasferimento da Napoli a Rossano cadde vittima dei briganti a Casalnuovo presso Lagonegro. Gli subentrò prima Vincenzo Marini Serra e poi Domenico Vanni. Del Consiglio Distrettuale, approvato con decreto del 9 novembre 1810,, fece parte per Campana Gennaro Spina, come membro del collegio dei Possidenti. In un successivo decreto, datato Parigi 4 maggio 1811, tenuto conto dei pareri e dei desideri delle autorità e cittadinanze locali, Campana venne promossa a sede di Circondario al posto di Umbriatico, comprendendo i comuni di Campana, Umbriatico, Pallagorio, Verzina, Savella, Bocchigliero. La nuova ripartizione venne solennizzata il 10 luglio 1811 nello studio del notaio Gaetano Cundari di Campana con atto n. 37 di repertorio. Nella riforma borbonica del 1° maggio 1816, che provvide a creare la terza provincia di Calabria Ultra, il Circondario di Campana venne privato dei comuni di Umbriatico, Pallagorio, Verzino e Savelli, che ricostituirono il Circondario di Umbriatico, ma sotto il Distretto di crotone nella provincia di Calabria Ultra. Campana conservò solo il comune di Bocchigliero per complessivi 4418 abitanti. In conseguenza della promozione a Capoluogo di Circondario ed in applicazione della legge n. 140 del 20 maggio 1808 e del contestuale decreto n. 141, stessa data, Campana diventa anche sede di Giustiziato di Pace, l’attuale Pretura, di cui si parlerà nel successivo paragrafo.

3. La Pretura
La promozione di Campana a Capoluogo di Circondario, come è stato ricordato, vi comportò l’istituzione nel 1811 del Giustiziato di Pace, poi detta Pretura. Inizialmente non ebbe una sede stabile, per cui il Comune dovette provvedere al reperimento di locali privati. Nel 1843, per esempio, il sindaco Giuseppe Cundari ottiene dall’Intendente di Cosenza l’autorizzazione a prendere in fitto 3 stanze di proprietà di D. Giuseppe De Martino, da destinare a Regio Giudicato. D’accordo col regio Giudice viene stabilito un canone di fitto di 15 ducati l’anno per la durata di 2 anni. Nel 1818 Regio Giudice è l’Avv. Bombini, nel 1819 vi è come Supplente Vincenzo Puglise. Dal 1° ottobre 1819 vi troviamo l’Avv. G. Leonetti, a cui si deve la rubricazione dello Stato di reati avvenuto nel Circondario di Campana Regno di Napoli Provincia di Calabria Citra dal primo ottobre 1819 a tutto dicembre 1820 , conservato nell’Archivio della Pretura, da cui possiamo ricavare l’entità e la tipologia dei reati commessi e istruiti in quegli anni e le relative sentenze. Dal detto registro stralciamo i dibattimenti tenuti nel 1818 nel Giustiziato di Pace di Campana.
1. Francesco Costa, Tommaso Grano di Vincenzo, Domenico Viviano, Antonio Lautieri, Carlo Ausilio, contadini di Campana, imputati di “tentato furto di alcuni sportoncini di cascicavalli, mela ed altri commestibili in unione al n. di cinque: con premeditazione e mano armata. Arresto ed escarcerazione arbitraria. Seguito la notte de otto Gennaro 1818 nella pubblica strada della Piazza di Campana”. Contro Michele d’Amore, fattore di Montalbano domiciliato in Campana. Denuncia fatta l’11 gennaio; il giorno successivo se ne fa rapporto al Regio Procuratore Generale.
2. Giuseppe Antonio Urso, tavernaro di Bocchigliero, imputato di “ferita sopra il parietale sinistro a colpo di istrumento conduntente, di niun pericolo ed impedimento al travaglio personale” contro Antonio Rizzuto, contadino di Bocchigliero. Il “delitto” avvenne il 9 gennaio 1818 nella piazza di Bocchigliero. Denuncia fatta l’11 gennaio; rapporto al R. P. G. il 12; citazione per il dibattimento il 20; sentenza di assoluzione il 26 per rinuncia all’istanza.
3. Raimondo Lattanzio medico e chirurgo di Bocchigliero, imputato di “provocata ribellione e resistenza all’esecuzione di un giudicato; ingiurie ed espressioni oltraggianti contro l’Ufficiale Ministeriale nell’esercizio delle sue funzioni il di 20 settembre 1817 nella Piazza di Bocchigliero”. L’offeso: Giuseppe Linardi, usciere della R. Giustizia del Circondario di Campana. L’11 gennaio si avvia l’istruzione; il 28 febbraio il processo è rimesso al R. Pr. Generale.
4. Giuseppe Linardi usciere della R. Giustizia di Campana, imputato contro Raimondo Lattanzio medico e chirurgo di Bocchigliero. Reato: “Esecuzione di generi entro un magazieno con escassazione della porta senza l’assistenza di un’autorità legittima. Il di 19 settembre entro l’abitato di Bocchigliero”. Il 21 settembre Verbale e rapporto del Sindaco di Bocchigliero; rapporto al R. P. G. il 1° ottobre; 11 gennaio 1818 istruzione; 28 febbraio rimesso il processo al R. Procuratore.
5. Vincenzo Puglise proprietario di Campana imputato di “semplice contusione a colpo di palo, al parietale sinistro superiore di niun pericolo” a danno di Antonio Spina “Varicale” di Campana. Il reato si verificò il 6 febbraio 1818 in Campana. Il 24 febbraio c’è la “rinuncia all’istanza che abolisce l’azione penale”; il 26 si rimettono le carte al R. P. G..
6. Morte naturale di Lorenzo Orefice, contadino di Campana, “avvenuta il 19 febraro nel luogo detto Porcile in campagna territorio di Campana”. Lo stesso giorno il Sindaco presenta il rapporto di “assicurazione della pruova generica”; il 23 si rimette al Giudice Istruttore.
7. Filippelli Rosalbino proprietario di Bocchigliero imputato del “danno con animali vaccini nel semenzato di germano ed orzo il di 20 feb. 1818 nel luogo detto Piana del Rizzo territorio di Campana”. Il danneggiato è Francesco Madera Pizzotto, contadino di Campana, che il 21 febbraio rinuncia all’istanza.
8. Marino Saverio sacerdote di Bocchigliero, imputato del “danno cagionato di una giomenta negli erbaggi del fondo Tre Arie nel territorio di Bocchigliero il dì primo di marzo 1818”. Il danneggiato Benedetto Clausi, proprietario di Bocchigliero, dopo la denuncia ed il dibattimento, il 27 marzo rinuncia all’istanza.
9. Parise Rosa contadina di Campana accusata di “furto di un calderotto di rame del valore di carlini 23 seguito nel mese di febraro 1818 nella pubblica strada detta il Manco in Campana”. Il danneggiato è Salvatore Manfredi di Pietro contadino di Campana. Il 10 marzo rinuncia.
10. denuncia contro “Ignoti” per “tentato stupro con violenza alla porta, e minaccia d’uccidere, mano armata seguito la notte de 9 marzo 1818 nell’abitato di Campana”. Denuncianti Conto Pellegrino, madonnaro di Castelduri del Molise, domiciliato in Cassano, Rosa Limongello, Isabella Lio, Maddalena Limongello, contadino di Terranova di Tarsia. Il giorno dopo rinunciano.
11. Parrotta Cataldo, pecoraio di Campana, accusato di “danno con animali caprini negli erbaggi del fondo Bocca del Capraro il 14 marzo 1818 in territorio di Campana”. Il danneggiato Filicetti Francesco, “galantuomo proprietario di Campana”, il 21 successivo rinuncia all’istanza.
12. Limongello Gio. Battista, madonnaro, Scolarico Michele Cerauro, entrambi domiciliati in Terranova di Tarsia sono denunciati per essere sprovvisti “di carte di garanzia per viaggiare il dì 9 marzo 1818 in Campana”. Arrestati, sono posti in libertà il 13 successivo.
13. Scalambrino Vincenzo, massaro di Campana, imputato del “danno nel semenzato di grano, con bovi. Il dì 15 marzo 1818 nel fondo Fossa di Pignataro territorio di Campana”. Denunciato il danno, Lorenzo Grano il 23 marzo rinuncia all’istanza.
14. Sarafini Salvadore, massaro di Campana, è accusato da Filippo Maiorano “galantuomo di Campana” del “danno con animali vaccini nella vigna luogo detto Fontana Fico il 18 marzo 1818”. Rinuncia all’istanza.
15. Rovito Domenico, sacerdote di Campana, denuncia il sindaco Pietro Maria De Martino di “Insulti in publica piazza per occasione delle proprie funzioni. Il dì 9 febraro 1818 in Campana”. Espletate le varie fasi istruttorie, il 25 maggio il Sindaco è condannato a 5 mesi di prigione e al pagamento delle spese processuali. “Con decisione della G. C. Criminale del dì 3 ottobre 1818 è stato esonerato dalla pena di mesi 5 di prigionia. Condannato a carlini 10 d’ammenda e spese del giudizio”.
16. Madera Teresa gentildonna di Campana è accusata di “ingiurie oltraggianti, e slancio di crasta senza colpire il dì 28 dicembre 1815 in Campana” contro Nicola Fiorentino “galantuomo” di Campana. Il 28 marzo 1818 rinucnia all’istanza.
17. Bonanno Antonio di Vincenzo, Ausilio Giuseppe di Pasquale massari di Campana sono sospettati e denunciati da Pietro Boccaccio, massaro di Campana, della “uccisione d’una vacca dietro percossa nel frontale con cozzo d’accetta. Il dì 20 marzo luogo detto Ornariti in campagna territorio di Campana”. Il 22 marzo viene presentata “denuncia ed assicurazione di pruova generica”. Non è registrato l’esito della causa.
18. Caliò Saverio, Scavello Filippo, contadini, Viola Francesco calzolaio, Ausilio Giacinto del fu Pier Paolo di Campana, sono accusati da Sicilia Giuseppe, contadino, di “contusioni con lividure sul dorso, e lombi, e ferita sul parietale sinistro, cagionate a colpi di palo con impedimento al travaglio, malattia, e pericolose di vita. La notte de’ 21 marzo 1818 in Campana”. La causa dichiarata di competenza correzionale, il 4 luglio 1818 è chiusa “per rinuncia all’istanza”.
19. Maio Francesco “ferraro” di Campana è accusato da Caccuri Barbara, contadina di Campana, di “maltrattamenti reali, e graffiature con ugne nella gola. Il dì primo Aprile in Campana”. Il 18 aprile rinuncia all’istanza.
20. Filippelli Berardina, Caruso Giovanni di Bocchigliero denunciati da salerno Leonardo pure di Bocchigliero per “ferita sopra il ciglio dell’occhio sinistro a colpo di picera di niun pericolo. Il dì 5 aprile 1818 in Bocchigliero”. Rinuncia all’istanza.
21. Greco Francesco contadino di Campana, denunciato da Iunfrida Francesco, anche lui contadino per “maltrattamenti reali con schiaffi. Il dì 1° Aprile in campagna territorio di Campana”. Il 18 rinuncia all’istanza.
22. Marino Francesco, custode di armenti di Bocchigliero, denunciato da Acri Pasquale, proprietario di Campana per “danno di erba da semenzato di grano con animali caprini, nel fondo detto Scigli. In febraio 1818 in territorio di Bucchigliero”. Il 12 maggio 1818 “rinucnia all’istanza di sentenza che abolisce l’azione penale”.
23. Spina Rosa, Russano Caterina, contadine di Campana, per “scambievoli ingiurie verbali, e reali, stiratura di capelli e rascuni nell’orecchio, e collo, con effusione di sangue. Il dì 29 Aprile 1818 in Campana”. Rinuncia all’istanza.
24. Caligiuri Agostino, sagrestano di Bocchigliero, denunciato da Linardi Fortunato, Sacerdote di Bocchigliero, per “ostacoli al libero esercizio del culto, ingiurie ed espressioni oltraggianti. Il dì 3 Maggio 1818 nella chiesa di Bucchigliero”. Il dibattimento si ha il 12 maggio con sentenza “a tre mesi di prigionia duc. 50 di multa e spese” per il Caligiuri.
25. Fosto Francesco Ferdinando Parrilla, Sicilia Nicola, muratori di Bocchigliero, denunciati dal Sindaco per “disobbedienza e disprezzo agli ordini del Sindaco seguito il dì 20 Aprile 1818 in Bucchigliero”. Arrestati, nel dibattimento del 12 maggio sono scagionati perchè “non colpevoli”.
26. Aprigliano Giuseppe contadino di Campana, denunciato da Patera Nicola per “contusione nel ginocchio e fianco diritto a colpo di palo di niun pericolo. Seguito li 28 maggio 1818 in Campana luogo detto Fontana Fico”. Il 3 luglio rinuncia all’istanza.
27. Rossano Antonio contadino di Campana, è denunciato da Spina Pasquale, proprietario, per essere stati sorpresi in flagranza di reato per “raccolta di circa rotola due fronda nera la sera de 6 Giugno 1818 nel fondo Magnifica territorio di Campana”. Per rinuncia all’istanza segue sentenza di assoluzione.
28. Strambena Vincenzo contadino di Campana, Vulcano Nicola contadino di Bocchigliero, Patera Domenico, Mazza Domenico denunciati dal Comune di Campana”. A seguito del verbale dell’Eletto di pulizia, il 14 luglio segue il dibattimento e la sentenza “che condanna Strambena e Mazza ad un mese di prigionia e spese”.
29. Gentile Pietro contadino di Campana, denunciato da Iunfrida Pasquale contadino, per “ferita in testa a colpo di falce, di niun pericolo di vita, e con impedimento al travaglio per giorni dodici seguito il dì 16 Giugno 1818 in territorio di Casabona Provincia di Calabria Ultra”. Il 7 luglio rinuncia all’istanza.
30. Viola Francesco calzolaio, Spataro Teresa gentildonna di Campana, sono accusati da Tarantino Teresa e Caterina, contadine, di “contusioni, e ferite nell’inquine sinistro a colpo di pietra, di niun pericolo o impedimento al travaglio. Il dì 18 Giugno 1815 in Campana”. Il 18 luglio 1818 denuncia di “assodazione della pruova generica”.
31. Bonanno Giuseppe del fu Andrea contadino di Campana. Denuncia di “morte dietro caduta d’un albero di fama il dì 15 Luglio 1818 nella difesa Calamacca territorio di Campana”. La denuncia viene fatta il 18 luglio, cui segue “assodazione della pruova generica”.
32. Salerno Saverio, Basile Domenico, molinari, Bruno Scavello contadino di Campana presentano denuncia contro ignoti per “furto di duc. 5.80, ferite contusioni di niun pericolo di vita, cagionate con istrumento pungente e tagliente. Seguito il primo Agosto 1818 nella publica strada detta Scanzata di Ardillo, fiumara di Laurenzano territorio di Longobucco. A primo Agosto 1818 denuncia d. di assodazione della Pruova generica; a 3 si rimette le carte al Giudice istruttore”.
33. Lattanzio Nicola bottegaio di Bocchigliero è accusato da Abbenante Bruno macellaio di Bocchigliero di “immondezze avanti la porta del macello nel mese di luglio 1818 in Bucchigliero”. Nello stesso giorno perviene il verbale del Sindaco. Per rinuncia all’istanza viene abolita l’azione penale.
34. Santoro Luigi galantuomo proprietario, Rasis Tomasina gentildonna di Bocchigliero sono denunciati da Mingrone Anna Maria e Greco Francesco contadini di Bocchigliero coniugi di “ratto con violenza e ferite nella mascella destra, e dorso della mano sinistra con istrumento pungente e tagliente di niun pericolo, ma con impedimento al travaglio per sei giorni. Seguito il dì 25 Luglio 1818 nella publica strada S. Angelo territorio di Bucchigliero. Complicità nel misfatto”. Il 26 settembre il processo è rimesso al Giudice istruttore. Il 20 novembre “con decisione della G. C. Criminale dichiarò estinta l’azione penale per lo stupro, e ferita. Con sentenza della Regia Giustizia il 6 febbraio 1819 si dichiarò non costare dell’asportazione dell’anni”.
35. Mazziotti Raffaele, sergente maggiore della 5^ Compagnia scelta di Calopezzati denuncia “omicidio a colpo di schioppo. Rinvenuto il cadavere la sera dell’11 Agosto 1818 nel Romitaggio di S. Rocco comune di Bucchigliero”. Il giorno seguente giunge il rapporto del Sindaco e “pruova generica”. Il 13 viene fatto rapporto all’autorità; il 16 viene fatta la “pruova suppletoria”.
36. Santoro Luigi molinaro di Bocchigliero è accusato da Renzo Filippo contadino di Bocchigliero di “ferita in testa a colpo di pala di ferro, con impedimento al travaglio per dieci giorni il dì 6 Agosto 1818 nella fiumara di Laurenzano territorio di Bucchigliero”. Dopo l’assicurazione della prova generica il 5 settembre segue la rinuncia all’istanza.
37. Bossio Giuseppe contadino di Bocchigliero è denunciato da Leonetti Pacifica contadina di Bocchigliero di “contusioni a colpo di palo sul braccio sinistro, con incapacità al travaglio per giorni otto. Il dì 8 settembre 1818 in Bucchigliero”. Assodata la prova generica il 15 rinuncia all’istanza.
38. Sicilia Giuseppe contadino di Campana da Viola Virginea tessitrice di Campana è accusato di “slogazione del braccio sinistro, e contusione sull’omoplata sinistra con strumento conduntente con impedimento al travaglio per giorni dieci. Seguito il dì 21 settembre in Campana”. L’8 ottobre si ha il dibattimento con condanna a mesi (…) di prigionia, carlini 1.50 e spese processuali.
39. Le Rose Rocco, contadino di Bocchigliero, è denunciato da Santoro Pasquale custode di pecore di Bocchigliero di “ferita in testa e contusione sul braccio sinistro, cagionate a colpo di strumento conduntente pericolosa per gli accidenti, e con incapacità al travaglio. Seguito il dì 26 settembre 1818 in campagna luogo detto la Conicella territorio di Bucchigliero”. Segue la “assodazione della pruova generica”.
40. Caliò Fortunata contadina, Ausilio saverio contadino di Campana sono accusati da Caliò Teresa, contadina di Campana di “ingiurie verbali scambievoli e ferita all’ante braccio sinistro con morsicatura di niun pericolo. Il dì 27 settembre 1818 in Campana”. All’assicurazione della prova generica il 1° ottobre segue il dibattimento. Vengono condannate a 10 giorni di prigione le sorelle Caliò e spese processuali, mentre viene scagionato l’Ausilio.
41. Pugliese Filippo contadino di Campana è accusato di “recisione di un albero di farna nel fondo detto Provenzane territorio di Campana il dì 16 agosto 1818”. Il verbale della Guardia forestale perviene il 22 settembre; il 2 novembre “citazione al dibattimento”.
42. Rizzuti Antonio contadino di Bocchigliero è accusato da Caruso Vincenzo maestro falegname di Bocchigliero di “ingiurie verbali ed asportazione di schioppo nel mese di ottobre 1818 nelle vigne di Bucchigliero”. Il primo novembre la denuncia, il 4 il dibattimento con la condanna “ad un mese di prigionia, confisca del fucile e spese”.
43. Rizzuto Domenico, Antonio Flotta, Antonio Scalise, Giuseppe Parise di Mandatoriccio sono denunciati dal Comune di Campana per “recisione di 45 alberi di farna il dì 7 novembre 1818 nella difesa comunale detta Serra di Acino territorio di Campana”. Il giorno dopo perviene il rapporto dell’Eletto di Pulizia e verbale della Guardia Forestale; il 4 gennaio 1819 dibattimento e condanna.
44. Antonio Scervino forese del comune di Bocchigliero è accusato da Pasquale Grilletta e Salvatore Toscano massari di Campana di “furto di due Giovenchi seguito dentro il mese di ottobre dal territorio di Campana”. Il 18 novembre è colto in flagranza di reato e quindi denunciato. Il 4 febbraio 1819 “con decisione della G. C. la causa dichiarata di competenza correzionale”. Il 5 marzo c’è la rinuncia all’istanza e posto in libertà.
45. Iesci Vincenzo orefice di Rossano è arrestato dal Caporale di ronda per “detenzione di un fucile e sparo la notte del 2 dicembre 1818 nell’abitato di Campana”. Il 3 dicembre segue il rapporto del Capitano dei militi. Il 5 gennaio successivo, a seguito di dibattimento si ha la sentenza di “non essere colpevole”.
46. Cosenza Antonio contadino di Campana è denunciato da Spina Vincenzo contadino “per ingiurie verbali ed asportazione di uno schioppo. Il dì 14 dicembre 1818 in campagna territorio di Campana”.
47. Rovito Vincenzo massaro di Campana denunciato da Rovita Innocenza e Grilletta Laura contadine di Campana per “ingiurie reali e ferita in testa con accetta pericolosa per gli accidenti il dì 19 dicembre 1818 in campagna luogo detto Stragulara territorio di Campana”. Colto “nella quasi flagranza”, fatta la denuncia e “assodazione della pruova generica”, l’11 gennaio si tiene il dibattimento con condanna ad un mese di prigionia.
Nel 1819 i dibattimenti furono 45, di cui 22 riguardanti vertenze di Campana e 23 di Bocchigliero. Come è stato già ricordato, il primo Regio Giudice (Pretore), di cui si ha notizia, è il cosentino Bombini (1818), cui sono immediatamente succeduti Vincenzo Puglise (supplente nel 1819), G. Leonetti (1819-20). Nel 1827 vi riscontriamo Ursomando, già ricordato per avere indebitamente sottratto la chiave della chiesa di S. Domenico al sacrdote D. Francesco Grano. Nel 1834, già da qualche tempo, vi esercita Matteo Manfredi di Saverio, di Cosenza, che proprio in quell’anno, il 26 settembre, muore ad appena 46 anni di età, nella sua abitazione posta nel soppresso convento domenicano. Nel 1838 vi è l’Avv. Roselli e qualche anno dopo Francesco Antonio Meliarca, nativo di Amantea. Anche lui muore a Campana il 9 marzo 1847. Al Meliarca probabilmente successe Salvatore Silvagni. A lui toccò istruire nel 1849 il processo contro il francescano P. Serafino Florio di Amantea, accusato di aver incitato la folla ad armarsi contro il Governo. Altri Giudici, di cui si ha memoria nel primo Ottocento sono Tito Santoro e nel 1857 Giuseppe Albrizio. Il primo, già supplente, nel 1850 era stato presentato per la carica dall’arcivescovo Pietro Cilento. La sua nomina venne contrastata da calunnie fatte circolare di proposito in paese e trasmesse al Ministro di Grazia e Giustizia. Tornando indietro negli anni, il 30 settembre 1813, con regio decreto n. 1924, presso il Giustiziato di Pace di Campana viene aumentato il numero degli uscieri analogamente a quanto avviene per Rende, Montalto, Scalea, Belvedere, Mormanno, Corigliano, Rossano, Scigliano, Cirò, Cariati, S. Giovanni in Fiore e Strongoli. Per quanto riguarda la sede, solo in questi ultimi anni, a partire dal 1984, ha avuto quella definitva. In precedenza, come del resto la sede del Municipio, ha avuto una mobilità tale che non ci consente di seguire tutti gli spostamenti. A memoria d’uomo la Pretura è stata allocata nella cosiddetta “Pretura vecchia” sulla ex Via Meccanica (Zimmariello), quindi, a seguire, nella sede attigua all’ex Municipio nel soppresso convento domenicano, in case private di Via Roma, Via Insorti d’Ungheria e finalmente, dopo gli ultimi rifascimenti, nell’attuale sua sede nel 1984. Dal 1994 la Pretura ospita anche l’Ufficio del Giudice di Pace, retto dalla Dott.ssa Ciccopiedi. Collegato alla Pretura era il Carcere Mandamentale, allocato anch’esso nell’ex convento domenicano. Venne definitivamente soppresso una quarantina di anni fa. Ultimo custode fu Antonio Capocasale. Nel 1851 l’arcivescovo Cilento si lamenta col Sotto Intendente di Rossano perchè, malgrado il regio rescritto del 27 maggio 1840, l’amministrazione comunale non aveva ancora provveduto all’acquisto della suppellettile sacra e di un altare portatile per il Carcere onde consentire ai detenuti di partecipare alle celebrazioni liturgiche con profitto. Si verificava che d’inverno questi partecipavano alla messa stando intorno al Cappellano, mentre nei mesi estivi l’altare veniva situato nell’atrio del carcere per difendersi dal caldo. Un’ultima parola sull’ordine pubblico per garantire il quale a Campana nel 1820 venne assegnata una brigata a piedi. 34 L’anno successivo venne assegnata un’altra brigata di ausiliari, per cui Campana, inserita nella Luogotenenza di Rossano, divenne residenza di 2 brigate a piedi. La nuova organizzazione capillare di controllo e di vigilanza sull’ordine pubblico si avrà dopo l’Unità d’Italia con l’istituzione delle Guardie Nazionali prima e dei Regi Carabinieri dopo.

4. I moti contadini del 1848
Gli anni della restaurazione borbonica trascorrono senza particoari entusiasmi. Non si ha notizia di campanesi che si siano evidenziati nei vari moti rivoluzionari che hanno interessato il Regno di Napoli prima del 1848. In verità, da una lettera riservata del 2 settembre 1827 del Sotto Intendente Lelio Giannuzzi all’arcivescovo Salvatore De Luca si arguisce che anche a Campana dovette esistere un qualche nucleo di comitato antiborbonico iscritto alla Carboneria. Nella lettera, infatti, si chiedono informazioni sul sacerdote campanese D. Filippo Serafini ed in particolare se negli ultimi tempi “fece parte della detestabile Setta Carbonica”. Mons. De Luca rispose che al presente non ne faceva parte, anche se nel passato aveva parteggiato per la Carboneria e per questo era stato condannato a trascorrere un lungo periodo nel convento dei Redentoristi a Nocera di Pagani. C’è da dire, comunque, che in questo periodo, a parte la paura per il costante pericolo di rigurgito delle comitive banditesche, per combattere le quali la Corte borbonica arrivò a disporre nell’agosto 1821 energiche misure di sicurezza fino ad istituire anche in calabria una Corte marziale con un conseguente aumento di organico pure a Campana della brigate della gendarmeria reale, in realtà la popolazione visse una relativa tranquillità, preoccupata soprattutto della sopravvivenza. Molti danni produsse il terremoto del 25 aprile 1836 e se anche a Campana non vi furono morti, in realtà notevoli furono i danni alle case della zona bassa dei rione Terra, molte delle quali crollarono, avviando di fatto il progressivo disfacimento dell’abitato a ridosso della Porta Trinità e del versante dell’Azzolino.Così si legge in una relazione del Decurionato di Rossano sui danni del terremoto:
“Cariati e Campana, terre che si incamminano a diventare città, abitate da industre popolo, molta parte danneggiò il terremoto, ma nessun morto e sol pochi ebbero il volto e il capo di pietre percosso e lacero. Le casupole, costrutte di terra pigiata, gli antichi edifici e tutti i templi, stati saldi fino allora, arrovesciati in ammassi informi occuparono le vie”.
Scomparsa quella parte di abitato, venne poi valorizzata a orti e a porcopoli. Non è da escludere che proprio a seguito del terremoto si sia aperta la cosiddetta “Serchia”, che ancora oggi è oggetto di attenzione e di meraviglia. I fermenti politici e rivoluzionari del 1848, contrariamente a quanto avvenuto nel passato, ebbero ripercussioni anche nel Circondario di Campana. C’è da riconoscervi, però, più una valenza economico-sociale che non politica. Alle masse contadine non interessava tanto il cambiamento di regime, quanto l’assegnazione di terre da coltivare. E’ fu proprio la fame di terre a spingere ad occupare alcuni fondi del demanio comunale, anche se già in passato si erano verificati tentativi analoghi andati a vuoto. Nel 1838, per esempio, Francesco Pugliese di Bocchigliero aveva occupato un fondo comunale in località Ficuzza e la stessa cosa avevano fatto Francesco Bonanno, Domenico Scarpino ed altri di Campana. Per difendere i diritti del Comune il Decurionato autorizzò il sindaco Saverio Serra a porre causa e a procedere in termini di legge contro gli usurpatori. Ancora prima, nel 1836 il Decurionato ed il sindaco Luigi Serafini, al Sotto Intendente che aveva sollecitato la divisione di alcuni boschi comunali “per comodo dei cittadini”, avevano risposto che i boschi richiesti erano ad uso esclusivo legname e quindi non potevano essere ripartiti”. Si trattava in dettaglio dei fondi Serra di Nardo, Antonio Mazza, Cozzo facione nella difesa Ficuzza, Manca di Mattia, Incavallicata. Nel 1848 la rabbia dei contadini esplose, favorita anche dalle nuove idee liberali che cominciavano a circolare anche dietro istigazione del sindaco Nicola Ausilio e di altri rivoltosi, tra cui Nicola Lautieri ed il francescano Serafino Florio di S. Pietro in Amantea, in quel periodo destinato al convento di S. Antonio in Campana. In un rapporto dell’Intendente di Cosenza al Ministro dell’Interno del 10 maggio 1848 si legge testualmente:
“A suon di tamburo ed usando anche contro taluno delle violenze, riuniva il rivoltoso sindaco di Campana Nicola Ausilio una quantità di popolo in maggior parte armato, quale era da lui con stile sguainato, e con bandiera spiegata in un fondo di pertinenza di tal Todaro. Espulso costui, usurpavansi quel territorio, ove, impiantata la bandiera, commettevano diversi guasti e danneggiamenti del valore di ducati 65”.
A questa prima occupazione seguiva successivamente quella dei fondi Varco della Chiata e Celastrano. Inoltre, sempre capeggiato dal sindaco Ausilio, con la bandiera tricolore in mano, un focoso gruppo di campanesi si univa alla folla di rivoltosi che il 20 maggio affluì a Cosenza proveniente da Grimaldi, Altilia, Aprigliano, Rogliano, Dipignano, S. Giovanni in Fiore per chiedere l’assegnazione delle terre della Regia Sila. Così parla dei rivoltosi il Procuratore Generale del Re presso la Gran Corte Criminale di Cosenza nel suo rapporto al Ministero:
“La folla ingrossava, ed il numero dei miserabili scarni e sparuti era di migliaia. Più centinaia di donne con bandiera tricolore s’incontrava non lungi dall’abitato. Erano avvolte in laceri panni, erano l’immagine stessa della povertà. Tutti gridavano Viva la Costituzione, Viva l’Italia; ma tutti dimandavano terre da coltivare e pane. Era il quadro doloroso cui la prepotenza e l’avarizia degli occupatori della sila aveva ridotto i contadini, che qui ascendono a dodici mila”.
Le mire rivoluzionarie e i moti contadini si infransero definitivamente nel luglio 1848 con la sconfitta e la dispersione dei rivoltoi antiborbonici guidati dal Gen. Ribotty. Tra questi figurarono anche dei campanesi raccolti dai soliti Nicola Ausilio, Nicola Lautieri e fra Serafino Florio, che, su istigazione di Antonio Riggio venuto a Campana per raccogliere uomini, avevano aderito al Comitato antiborbonico Ricciardi. Così si legge nel citato Atto di Accusa :
“… Nè mancava in Campana quell’anarchico Sindaco Nicola Ausilio, fido aderente del Comitato Ricciardi, ai cui bollettini dava la più solenne pubblicazione ed anche istantanea esecuzione a quelle parti che riguardavano il suo ufficio, di mostrarsi impegnato a riunire armati per gli accampamenti. Per la qualcosa insieme con l’altro rivoltoso Nicola Lautieri, il quale non ristavasi da voci di seduzione e neppure dalla istanza che s’era battuto il 15 maggio a Napoli con le Regie Milizie, eccitava con pubblici affissi, da ambi sottoscritti, le persone a partire, promettendo la giornaliera mercede, ed offrendosi ad acompagnarle. Ed allorquando il turbolento Antonio Riggio, annunziandosi inviato dalla illegale Autorità che reggeva la Provincia si conferiva in quel Comune per farne insorgere la popolazione e per ispedire contingenti nei campi, il quel riscontro infrangeva in mezzo alla piazza del Re N. S., egli l’Ausilio, mostrandosi fra i più caldi seguaci di quel demagogo, da cui venne provveduto d’una bandiera rivoluzionaria e di cappelli con piume, rie assecondò le prave mire… Girando poi per i paesi del Distretto di Rossano medesimo con bandiera tricolore ed armato di pistola e pugnale, il rinnegato e scandaloso frate riformato Serafino Florio di S. Pietro in Amantea, provocando con pubbliche incendiarie prediche quegli a portare le armi contro il Re N. S., cui di vituperi e contumelie faceva segno, dopo aver visitato Cropalati, in Campana con Saverio de Vincenti giungeva, dove raccoglieva un drappello d’insorti provveduti di somme di denaro e financo di mezzi di trasporto per condursi al campo”.
Falliti i moti antigovernativi, il sindaco Ausilio pare abbia fatto marcia indietro tanto che nell’agosto 1848 denunciava all’Intendente di Cosenza quei contadini che avevano occupato e coltivato i fondi comunali del Varco della Chiata e Celastrano rifiutandosi di pagare gli estagli, a discapito della cassa comunale “che si trovava ad un tratto privo delle sue rendite”. Malgrado ciò il 27 dicembre 1851 l’Ausilio, medico ed ex sindaco, veniva rinviato a giudizio dalla Gran Corte Criminale di Cosenza con l’accusa di cospirazione ed attentato contro il Governo, essendosi reso colpevole di eccitare gli abitanti del Regno aizzandoli ad armarsi contro l’autorità reale e di usurpazione violenta di immobili a danno di Giacinto Todaro di Campana. Il P. Serafino Florio, di anni 30, che aveva per qualche tempo dimorato nel convento riformato di Campana, il 10 luglio 1848, con un esposto a S. E. Domenico Mauro membro del Comitato di Cosenza, venne denunciato come nemico del Re dai suoi stessi confratelli di Campana. Nel dibattimento seguito nel Regio Giudicato di Campana, il Giudice Salvatore Silvagni, dopo aver ascoltato nei giorni precedenti le disposizioni di alcuni testimoni, tra il sacerdote D. Francesco Vitale e Stefano Piso del luogo, il 1O dicembre 1849 condannava il religioso ad essere custodito nel locale carcere. Nel frattempo al Comando Superiore delle Truppe delle Calabrie e Basilicata pervenne un’altra denuncia a firma di Giovan Battista Melarca di Amantea, che accusò il frate del “misfatto di lesa Maestà mediante attentato che à per oggetto di distruggere o cambiare la forma del Governo con eccitamento delle popolazioni ad armarsi contro l’Autorità Reale commesse il Giugno 1848 in Cropalati, Campana, Bocchigliero, Spezzano Albanese”. Il Florio, sottoposto a nuovo processo davanti alla G. C. Criminale di Calabria Citra nel maggio 1852, dopo un dibattimento che ha visto tra i testimoni, oltre al sacerdote Vitale, anche molti suoi confratelli, con cui aveva convissuto nel convento di Campana. Il 14 agosto 1852 arrivava la condanna definitiva di P. Serafino Florio “alla pena di anni 19 di ferri e alla malleveria di ducati cento per 3 anni dopo espiato la pena” per avere “con discorsi tenuti in luoghi pubblici provvocato direttamente gli abitanti del Regno ad armarsi contro l’Autorità reale, provocazioni che non hanno avuto effetto”. Non si conosce la fine di Nicola Lautieri e degli altri campanesi partecipanti attivamente alla lotta.

Fonte: http://www.comune.campana.cs.it/index.php?action=index&p=226

Pin It on Pinterest

Share This
%d bloggers like this: