La Storia del Re Gioacchino


 

LO SBARCO

GLI otto del mese di ottobre dell’anno 1815, giorno di Domenica, al Pizzo.  Il Sole maestosamente risplendeva in mezzo ad un Cielo azzurro senza una nube. Ed ecco perchè si godeva in quest’Orizzonte il più bello, e sereno dell’ Autunnale stagione. Causa per cui, non pochi dei Cittadini si beavano passeggiare lungo la piazza. E siccom’ essa è naturalmente amena, non solo per la sua ampiezza, ma perchè situata come una Loggia sul prospetto del (mare) ove le sottogiace la marina, che oltre essere adorna di belle, e comode abitazioni, le quali formano la   delizia   dei Forestieri,  che in folla, per svariati affari continuamente qui recansi; ma per fruire nel tempo istesso de’ bagni, tuffandosi, e sollazzandosi nelle chiare, e limpide acque di questa porzione del nostro mare.

La sua amenità acquista maggiori attrattive, a causa di un non indifferente equipaggio di barche mercantili, che tutto giorno la guerniscono, oltre a non poche di pesca, come pure burchelli, reti, ed infiniti altri oggetti di navigazione. E che per essi un andariviene di ogni classe di gente, continuamente si sperimenta.

Alcuni veggonsi intenti a caricare i Bastimenti per partire. Scaricare altri quelli, che vi arrivano.

Intanto, sin dal chiaro giorno, osservavansi in mare alla distanza di poche miglia due barche a vela, una rimorchiante l’altra, le quali dimostravano volersi dirigere su questa rada: ma essendo qui frequente l’approdo di non poche, così niuna positiva attenzione si  faceva, circa la di loro  navigazione.

La prima si distingueva essere una piccola Cannoniera così detta Scorritoja, la seconda mercantile, che giusta la sua costruzione, i nostri marini, chiamano Bovetto.  Avvicinate, che vi furono, si osservava però, che non venivano ad ancorarsi nel consueto luogo, ove tutte le altre della stessa dimensione, le quali hanno bisogno dello scaro : invece tiravano la prora sotto il vecchio Forte, il quale era stato costruito nel decennio, epoca, che i Francesi occupavano questo Regno. Ma essendo, ch’ era stato disarmato, e lasciato in abbandono, a causa, che un’ altro più bello, e di miglior disegno, se n’ era formato in sullo scoglio da noi chiamato la Monacella.

Il primo giace al Sud di questa Città, distante dallo abitato della Marina, un circa venti passi, contiguo ad una piccola Valle cosi detta la Valesdea. Il secondo attacca colla rupe, ove, soprastanno la Città e il Castello, e che comunica con questo per mezzo di una stradetta invisibile, perchè incavata nella rupe istessa.

Nell’ osservare la gente, che le avanti descritte due Barche, a tutta forza di remi, dirigevansi alla spiaggia, luogo non solo desolato, ma disadatto allo scaro.

Richiamarono perciò l’attenzione su di Esse, di tutti coloro, che per combinazione si trovavano in certi punti da poterle bene osservare.  

Giunte che vi furono, e non appena poggiarono nel lido, senz’ attendere la Deputazione di Salute, nè gli  impiegati Doganali, per adempire, come di Legge alle ritualità solite a praticarsi negli approdi. Invece, con tutta fretta sbarcavano molti soldati di tutto punto armati ed Ufficiali anche di carabina e pistole, che in fine numerati trentuno, senza fermarsi un solo istante, ma con passo accelerato, incamminavansi alla volta della Città.

Un procedere cos’insolito, fece sì di fissare viemmaggiormente l’ attenzione su di loro.

Da prima, ragionevolmente, si son creduti militari qui spediti dal Re per affari del governo: Ma non si tardò molto a chiarirsi la supposizione, mentre lo sbarcato Drappello, giungesse nell’ abitato della marina.

Ed ecco una folla di popolo vi accorse.

Perch’ essendo costoro amanti della novità, non sapendo a causa di loro ignoranza, distinguere tutto quello che li si para dinanzi. Così a mò d’insensati li tenevano dietro, per veder quindi l’esito della faccenda.

 In questo stato di cose, ognuno degli accorsi, era desideroso sapere, non solo, ch’ erano coloro, ma quale era stato l’oggetto della loro venuta; per cui domande l’un l’altro scambiavansi sul proposito, ma dimandato non sapeva dare altrimenti la risposta al chiedente, che con alzar di spalle, e stringendo la bocca, onde significargli cosi nulla conoscere, né dell’ una, né dell’ altra inchiesta.

Osservavasi inoltre uno fra quelli, che al Maestoso andamento, all’ imponenza del personale, ai distintivi dell’uniforme, al cappello bordato, adorno di magnifica coccarda tricolore tappezzata di grossi e splendidi  brillanti, alla lunga spatangia, e due pistole accoccate al cinturino, davano perciò tali particolarità a significare, che costui doveva esserne il capo. Causa per cui, le stesse dimande faceansi per Lui ; ma le risposte de’ dimandati, non erano diverse dalle prime.

Intanto vi giungeva persona, che il riconobbe. O perchè memore costui delle magnanimità di un tal Eroe. O facile riconoscente per propri benefizii ricevuti. Non solo, che s’ incoraggiò gridare.

«Viva il Re Gioacchino Murat!……. »  

Ma insinuava gli altri secondarlo.

Egli era il Re Gioacchino Murat!

Nel sentire la gente, che vi era accorsa, echeggiare un tal nome, la maggior parte vi restarono come da fulmine colpiti. Tanto vero, che quelli li precedevano, si videro indietreggiare. Quelli che li circondavano e seguivano molti ritiravansi. E finalmente fra quelli che vi restarono, qualche giovinetto ardito, dietro le ripetute insinuazioni, si animò ripetere ad alta voce l’esortate parole.

Ma intanto, oltre, che non veniva da tutti gli altri secondato, pure fra quelli, non si sperimentava la solita energia, colla quale questa popolazione nel 1807 e 1809, epoche in cui il Re Murat, da Sovrano transitava per questa città, gli tributava le più sentite dimostrazioni di amore e fedeltà: ma invece, tra un mormorio, un cicaleccio, e di tanto in tanto qualche languente acclamazione, si giunse in sulla piazza.

Trovavansi in essa allineati sotto le armi, i Cannonieri Littorali, che guarneggiavano il forte la Monacella, ed i Legionarii di questo   Comune.   I   quali  momentaneamente doveansi recare nella Chiesa Matrice, per assistere ed ascoltare la messa solenne, giacché tutte le Domeniche, e Feste principali dell’ anno praticavasi qui dai Militari, una tale religiosa cerimonia ( stanteche così erano gli ordini di quel Governo che ancor perduravano ).

Si compiacque non poco il Re nell’ osservare così disposti, tanto gli uni, che gli altri. Facile avesse giudicato che appositamente colà dimoravano, onde favorirlo. E fu perciò che di buon animo e nel miglior portamento militare si appressò ad essi, dirigendosi al Sergente dei Cannonieri, che stava allineato in testa della Colonna.

Nell’ avvicinarlo gli parlò così:

«Non ancora vi sono stati cambiati gli uniformi?»

E questo perchè il Re osservava che tanto i Cannonieri, che i Legionarii, vestivano sull’ Ordinanza Francese.

«A Voi, bravo Sergente, fate il vostro dovere! (seguitava dirgli il Re) «Da questo momento siete uno dei Capitani. Ordinate al Tamburo che rulli e seguitemi.»

Il sergente era un nostro compaesano a nome Francesco Sanandres. Il povero uomo  s’illuse nel sentirsi elevato ad un tal grado. Tantopiù, che gli veniva conferito dal Re Murat, sotto di cui aveva  impresa la Carriera Militare: e perciò avrebbe voluto che il Re Murat fosse stato il di lui Sovrano. Percui glielo ordinò, ma il Tamburo non ubbidì.

Bastò al Re la inesecuzione del comando dato per farlo accorgere che tutto altro era l’oggetto che colà dimoravano. Finse ciò non pertanto, col prendere un contrattempo. Passò nella dietro fila, facendo vedere che voleva Egli osservare lo abbigliamento, come se avesse dovuto farne ispezione. Forse per avere così il destro di conoscere meglio qual’ era veramente la di loro intenzione sul di Lui conto.

Fra di tanto che il Re s’intratteneva coi Cannonieri, un bisbiglio, uno ammutinamento si succedeva fra i Legionari. E questo perchè la presenza del Re Murat cagionava loro una sorpresa tale, da non poter dar credito ai propri occhi. Causa per cui un impallidir di volti, un parlarsi scambievolmente all’ orecchio; quindi procurava destramente ognuno di sciogliersi dal rango, onde fuggire in propria casa, per chiudersi   ermeticamente. Ed arrivando in essa venivano domandati dalle persone di famiglia causa dell’ insolito sollecito ritorno, che volendolo raccontare, lo ascoltavano come una spiritosa invenzione, tanto era la sorpresa della incredibile, ma per altro vera, inaspettata avventura!

Intanto, non diversamente, andavansi disponendo i Cannonieri ; perchè ragionevolmente giudicavano essere per loro una sicura compromissione col proprio sovrano il trattenersi più alla lunga, ed in colloquio col Re Murat. Tanto vero, che nulla più curandosi di sua presenza si decisero eseguire 1’esempio dei legionari.

Di questi niuno più rimaneva sul luogo. La popolazione vi era sparita del pari. Ed Egli perchè solo rimasto, meno quelli del proprio seguito, si posero a passeggiare lungo la piazza.

I soli del Pizzo che vi restarono, ed eransi a loro uniti sono stati un certo Francesco Alemanni, Francesco Salomone e il detto Sergente Sanandres.

I due primi, erano stati a servire da bassi Ufficiali nell’armata del Re Murat, nel corpo dei Veliti   di   Fanteria.  I   quali  da   poco tempo eransi rimpatriati, perchè disciolto l’Esercito, a causa degli avvenimenti politici dell’anno precedente. Sperando forse loro, che il Re Murat si avesse potuto ripristinare al potere, eransi perciò decisi seguirlo. Tanto vero che Alemanni indossato aveva l’uniforme che ancor conservava.

Ell’è pur trista cosa il conoscere i beni e non poterne godere. Molto più triste ella è il pensare che poco mancherebbe a poterne godere. Per cui 1′ uomo quando vuole o desidera una qualche cosa con impegno od avidità, è 1′ ultimo accorgersi dell’impossibilità onde poterlo eseguire.

Tal’ era lo stato del Re Murat. Forse, perchè fiduciava su di una popolazione da Lui più volte generosamente beneficata! Si attendeva perciò (e con ragione) essere da un momento all’ altro acclamato. E se pur non questo, non temeva sicuramente del male.

Persuaso   una volta, che, così, e   non diversamente gli sarebbe avvenuto. È ragionevole   ammettere in Lui, che voleva Egli sperimentare la fine.  Infatti era tal’e tanta questa sua credenza da non fargli distinguere, benché manifeste (quantunque   non ancor decisive di un assoluto rifiuto) le dimostrazioni.

Ma ad ogni modo, non erano state per Lui certamente favorevoli. Tanto per lo allontanamento de’ Legionari, de’ Cannonieri, ma più, per la totale scomparsa della popolazione. Perchè se avesse a tutte queste cose considerato, certamente, che si sarebbe dovuto condurre diversamente. Ma intanto, ad onta però di si per Lui tristi manifestazioni, non si perdeva Egli in fiducia. Tanto vero, che taluni individui, avendo dovuto necessariamente attraversare la piazza, o per entrare in propria casa, o perchè ignoravano esser colà il Re Murat. Facea meraviglia da una parte, ma destava compassione dall’altra, osservandolo, come subito si slanciava, o per andare allo incontro, o li correva dietro per raggiungere. E non appena li avvicinava, decorosamente si annunziava, e nei modi più obbliganti, faceva loro la Sua dichiarazione, promettendo, nei contempo generosi  compensazioni a servizi  quanto .volte avessero voluto prestargli l’opera loro, non solamente, provvederlo di viveri, ma dì commutargli ancor la  barca  con  altra  più grande  e solida. Giacchè quella che seco portava, non solamente, ch’era angusta, ma si era ormai resa malsicura, attesa la sofferta tempesta, che giorni prima, non poco lo aveva bersagliato.

Ma intanto, ch’il crederia! Lungi di aderire a si ospitale inchiesta. Invece taluni, perchè timidi, con futili pretesti allontanavansi. Altri perchè barbari, ed abnegati alla Dinastia Borbonica , senza dargli risposta , impunemente il lasciavano inconsapevole, di loro decisione.

Restava ancora al Comando di questa piazza un Capitano di Artiglieria per cognome Devuox. E siccome costui aveva militato nell’armata del Re Murat, ed in compenso de’ servizi resi a quel Governo, si era meritato quel grado.

Portò perciò la di Lui riconoscenza, e gratitudine uscire onde trovare il Re per avvertirlo che la popolazione istigata da taluni, si andava disponendo alla rivolta contro Lui per arrestarlo.

Vedendo il Capitano che la piazza diggià si era resa affatto desolata. Colse perciò questo momento favorevole di presentarsi al Re Murat.

Nell’ avvicinarlo gli fece le seguenti manifestazioni: «Maestà (gli disse) è mio dovere farle conoscere che non è senza suo pericolo il trattenersi ulteriormente in questa piazza. E le tornerà sicuramente funesta ogni e qualunque altra breve dimora al Pizzo. Ed è perciò che La prego di partir quanto più presto Le sia possibile, se pur Le è cara la vita, ed ama la salvezza di questi che la sieguono. Le piaccia di prestar fede a quanto mi pregio rapportarle, giacché il non breve tempo di mia dimora qui, mi ha data l’opportunità di amicarmi coi primarii soggetti del paese. Ed è perciò che sono al caso conoscere qual’ è veramente la loro intenzione sul di Lei conto».

Ripetè più e più volte il Capitano tali giudiziose avvertenze perchè con ingenuità gliele asseriva, senza timore d’ingannarsi: mentre ben conosceva la pessima indole di questa ingrata ed irriconoscente popolazione, che giusta il proverbio adora il sol che nasce, senza punto curarsi di quel che tramonta. Ed ecco perchè Devuox fervorosamente insisteva, e premurava il Re di subito partire. Tanto vero che per maggiormente   indurlo, ed   agevolarlo, gli offri il proprio cavallo, compromettendosi farglielo trovare in sulla via fuori del paese.

Ma che si ha da fare! Quando Dio abbandona, ci colpisce alla testa in guisa tale, che le nostre facoltà intellettuali abberrano: per cui malamente giudichiamo delle cose, ed è perciò che crediamo un falso vero, e viceversa. Formandoci cosi di conseguenza, la nostra totale rovina.

Tal’era lo stato del Re, perch’ Egli credeva con certezza, essere da un momento all’altro acclamato. Poggiando questa sua credenza sulla vana lusinga d’aver Egli più volte generosamente questa città beneficata; e che perciò la popolazione, ne sarebbe stata sempre riconoscente. Ma si ingannava all’evidenza — E col fatto tanto si dee credere in Lui, che cosi, e non diversamente la pensava ed erasi persuaso.

Perchè, il non aver dato credito alle sincere e fervorose avvertenze fattegli da Devuox, e il non aver accettato il cavallo (che sarebbe stato la di Lui salvezza perchè col mezzo di esso avrebbe andato a Monteleone ove diceva volersi dirigere) prima che la popolazione si sarebbe mossa contro Lui. E chi sa se il Re Murat avesse andato ad altra città cosa ne sarebbe avvenuto. Almeno non succedeva qui lo arresto, e se pure ad altro luogo, certamente che non cosi sevizioso!………..

Basta comunque fosse andato lo affare, noi giudichiamo da quel che disse al Capitano Devuox, ben chiaro si deduce, che il Re in quel modo, e non altrimenti la pensava, ed erasi persuaso. Ed ecco le sue parole dategli di risposta:

«La ringrazio di tanta amabilità, e dello interesse che Lei prende a mio riguardo. L’ assicuro però che Lei è in errore.

«Qual male, mio caro, devo io temere da questa gente se la ho sempre benefìcata?»

E questo potè dire sulla verità: ma s’ingannava alla evidenza: giusto, perchè le cose andavansi disponendo siccome gliele avea assicurate Devuox.

Vedendo finalmente il Capitano, che il Re era irremovibile, e che le avanti fattegli avvertenze a nulla valsero, onde persuaderlo al contrario di come Egli la pensava. Stimò perciò convenienza di non insistere di vantaggio, giusto per   non   sembrargli   importuno. Intanto portava necessità allontanarsi, affinchè verificandosi tutto quello che aveagli predetto non avesse a soffrire ancor lui, la indignazione del popolo, credendolo connivente  col Re Murat.

Circa il racconto di questi fatti, onde non essere noi creduti  immagginarii, assicuriamo riferire perfettamente quello, che lo stesso Devuox  ha palesato a qualche amico suo di confidenza. E che poi costui feceli consapevoli ad altri e quindi pervenuti alla nostra conoscenza. Giacché il sopra descritto colloquio tra il Re e Devuox non ha potuto essere inteso da nessuno, mentre   la   piazza era affatto desolata.

Tanto si verifica in una Comunità, allorquando vi succede un qualche straordinario avvenimento — Piace poi ad ognuno, che ne ha avuto parte principale, raccontare il proprio operato, giovandosi a seconda delle circostanze, dimostrare la influenza avuta sul pro, o contro.

Dietro di essersi allontanato il Capitano Devuox, sempre fiducioso il Re, non cessava adoperarsi nel modo come avanti abbiamo cennato; ma sempre vani ed infruttuosi riuscivano i suoi tentativi.

Vedendo alla fin fine, che modo, né maniera trovava, onde farsi acclamare, che inutili gli sarebbero riusciti, volendone sperimentare degli altri; percui ha dovuto certamente riflettere e considerare, che tardar non dovea molto, onde verificarsi alla parola tutto quello, che da Devuox gli era stato riferito. Tantoppiù, se avess’ Egli posto mente, e considerato, tanto sull’ allontanamento, sulla totale scomparsa della popolazione, dei Legionarii, e dei Cannonieri. Perchè erano state esse dimostrazioni più che sufficienti, onde persuaderlo, e convincerlo, che la dimora al Pizzo, era per lui più che pericolosa. E col fatto, cosi, e non diversamente ha dovuto pensare. Tantovero, che non ha Egli molto tardato di chiamare a se tutti gli Ufficiali del seguito, e dopo breve ragionamento fra loro tenuto, si mossero alla partenza, incamminandosi verso Monteleone, ascendendo per la strada   così detta li morti.

Non appena fecero un tal movimento, ed abbenchè nessuno vi era in piazza per osservarli, pure la gente, che nelle contigue abitazioni vi stava, certamente, che tutta era intenta i loro movimenti osservare. Per   cui da casa a casa la notizia passando, in un istante tutti del paese ne furono avvertiti.

E siccome è naturale alle donne (specialmente a queste di Pizzo) non solo di essere curiose di voler osservare tutte le ce-]ie, ed insignificanti facezie che sogliono accadere al paese, ma d’immischiarsi ancora. Cosi tutte quelle, che abitavano lungo la suddetta strada li morti, appena hanno saputo che di li passava il Re Gioacchino Marat. Subito situaronsi, chi a’ balconi, chi alle finestre e molte della plebe  stavansi ritte in mezzo ad essa, acciò con maggior comodo, e più da vicino poterlo vedere. Ed Egli mentre la percorreva, con tutto garbo, ed affezione salutava tutte. È ancor insito all’ uomo (specialmente nei pericoli ) ricordare le buone, o cattive azioni, che nel corso della vita ha potuto praticare. Cosi in simili malaurati rincontri, cerca di avvicinare quei soggetti, che conosce essergli amici, e procura di evitar poi quelli che comprende, e sa di volerlo nuocere.

Tantovero, che nel transitare il Re, per la ridetta strada li morti, distinse fra le Signore D.a Felicia Ascoli, moglie di D. Tommaso Caparrotta. E col fatto, nel giungere il Re sotto il balcone, su di cui stava la Signora Ascoli, si fermò. Dopo averla attentamente guardata, Le parlò cosi :

«Signora, Lei non mi conosce?»

E questo, perchè Ella guardava il Re con somma ammirazione, senza fare attegiamento veruno relativamente a Lui.

«Io ben La riconosco ! (seguitava dirle il Re). E mi sovviene, che Lei più volte si è a me presentata nella capitale ed io La ho bene accolta!».

La signora Ascoli a tali parole da Lei non aspettate si scosse. Perchè la presenza del Re Murat cagionavale una specie d’incanto. Ma essendo proprio alle donne di esser pronte alle risposte (specialmente la Sig.a Ascoli che per sveltezza non la cede a niuna) cosi con tutto garbo ed affezzione, si fece a rispondergli le seguenti parole:

« Purtroppo Vi riconosco ! E non potrò dimenticar giammai i tratti vostri   generosi prodigati a favore di mio marito. Mi dispiace perciò immensamente, di non poter io al momento, render a Vostra Maestà, alcun servizio!..

Si   compiacque   non poco il Re, della spiritosa ed amorevole risposta datagli dalla Signora Ascoli, ma essendo che lo stato delle cose, non permetteano di prolungar di vantaggio il diverbio. Così il Re Le espresse il più cordial saluto e proseguì il cammino.

Un tal fatto (a nostro giudizio) ha potuto verificarsi dal perchè, non era decorso molto tempo che il Re Murat aveva conferita al Caparrotta la carica di Ricevitore dell’Ipoteche, a quale oggetto, tanto Lui, che Lei eransi più volte recati in Napoli per supplicarlo. Per cui è ragionevole ammettere, non solo di averla riconosciuta, ma che si sia rammentato dell’accordata grazia.

Dai fin qui narrati fatti, si può ben considerare, in qual trambusto, ed ammutinamento si era messa la popolazione. Non sapendo niuno come risolversi, né comprendere di che si trattava. Ed ecco perchè ognuno temeva di fare una dimostrazione qualunque, essendo incerto dell’esito. Causa per cui ad altro non si badava, che starsi ciascheduno ermeticamente chiuso in propria casa.

Stando la popolazione, in uno stato si timoroso e di penosa incertezza. Era d’ altronde meraviglioso nell’osservare la gente, chi dai balconi, chi dalle finestre, e quelle della plebe dalla porta, tenendoli socchiusi, quanto per mettere fuori la sola testa, se avessero potuto così osservar cosa onde poter giudicare di che si trattava.

Noi ricordiamo quelle ore di ambascia e di cupa tristezza, lunghe e penose come notte di parto, in cui un’orribile anzia affannava gli animi, disuniva i pareri della umana potenza, e la inceppava di stupore percossa!

Dimorando la popolazione in si orribile, e spaventevole atteggiamento, si indica in Città un susurro, simile al fragore degli annosi alberi di una foresta, allorché sono agitati dal vento, foriero di vicina tempesta. E questo per una infinità di parole, che ognuno volea profferire sulla bisogna.

Perchè essendo l’uomo naturalmente inclinato di voler tutto spiegare di quello che vede, sente. E vi sono poi taluni, così dediti, che poco si curino, se dicono bene, o male relativamente all’oggetto di cui trattasi, basta però, che faccino sentir la loro.

Dimorando la popolazione così orribilmente spaventata, e di penosa incertezza. La Città si poteva bene assimilare al Famoso Cavallo Troiano.

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